Quando le emissioni odorigene sono reato

Inquinamento olfattivo

Le emissioni odorigene sono reato

Tanfo, puzza, fetore, miasma, maleodoranza… Definite in tanti modi, le emissioni odorigene sgradevoli e fastidiose legate ad aree industriali e varie attività produttive sono un problema reale, e una questione spinosa.
Lamentele, proteste e mobilitazioni coinvolgono cittadini, enti locali e autorità preposte al controllo ambientale. Quando si finisce in tribunale, l’esito per l’azienda accusata di spargere nell’aria odori cattivi e molesti può non essere quello sperato, o dato come pacifico.

In Italia manca una normativa nazionale che stabilisca specifiche e valori limite in materia di odori. Né vi sono linee guida univoche di riferimento per valutare l’impatto osmogeno di un’attività sull’ambiente e il territorio. A livello regionale, a fare scuola sono state le linee approvate dalla Lombardia nel 2012.
In tale situazione, l’orientamento prevalente in giurisprudenza è che il causare molestia olfattiva per le persone, mediante gas, fumi e vapori immessi in atmosfera, sia un reato configurabile come “getto pericoloso di cose” previsto dall’art. 674 del codice penale.
E un insediamento produttivo che provochi fastidiose esalazioni maleodoranti può incorrere nel reato di molestie olfattive anche quando è munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera, a prescindere quindi dall’aver superato o meno i limiti consentiti per legge.

Il principio è stato riaffermato dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 2240 dello scorso 18 gennaio, che ha respinto il ricorso di un’azienda condannata per “emissioni di gas atte a offendere le persone” abitanti in prossimità dell’impianto di microforatura ad aghi caldi di cui è titolare.
L’azienda sosteneva che “l’immissione autorizzata di determinate tipologie e quantità di sostanze volatili sarebbe comprensiva, negli stretti limiti autorizzati, anche della loro manifestazione all’olfatto”. In pratica, se l’attività e le relative emissioni in atmosfera sono autorizzate, sempre contenute entro i limiti di legge, va da sé che sono ammessi anche i cattivi odori che comportano. E, per coerenza, ciò che la legge da un lato permette non può poi punire dall’altro.

Ebbene, la Corte ha ritenuto non condivisibile questa tesi difensiva e ha confermato la condanna, stabilendo che la molestia causata da cattivi odori è punibile poiché le emissioni odorigene si potrebbero evitare adottando “puntuali accorgimenti tecnici”.
Ha inoltre ribadito che il criterio per valutare l’ammissibilità delle emissioni è quello della “stretta tollerabilità” (non della “normale tollerabilità” prevista dall’art. 844 del codice civile).
Per trarre elementi di prova del reato, non è necessario un accertamento tecnico e il giudice può basarsi sulle testimonianze anche solo di alcune persone che abbiano sperimentato direttamente le conseguenze moleste.

Ma cosa può fare un’azienda, al di là dell’essere a norma secondo le leggi vigenti, per affrontare il problema delle emissioni odorigene?

La risposta è gestire il problema, in modo accorto e responsabile.

Oggi si può intervenire in maniera efficace per prevenire e ridurre l’inquinamento olfattivo, adottando processi e misure utili a governare al meglio le connesse criticità.
Strumenti affidabili e metodologie avanzate permettono sia di valutare gli odori e il loro impatto ambientale sia di mitigarne l’effetto molesto.

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